BIENNALE 2013, IL PALAZZO ENCICLOPEDICO

Si è chiusa solo qualche giorno fa, a Venezia, la 55° edizione di Biennale Arte.

Il titolo, “Il Palazzo enciclopedico”, non è stato scelto a caso. Nel 1955 Marino Auriti italo-americano, depositò presso l’Ufficio Brevetti della Pennsylvania il progetto di un grande museo da costruirsi a New York che avrebbe dovuto ospitare tutto il sapere dell’umanità. L’enorme palazzo non fu mai realizzato ma, assurto a simbolo di utopistica conoscenza universale, apriva con il suo modello la rassegna accogliendo il visitatore alla sede dell’Arsenale.

L’esposizione partiva dall’utopia presa a pretesto per raccogliere opere che spaziavano dall’inizio del secolo scorso a oggi, esposte in un sistema di associazioni, contrasti e corrispondenze, anacronismi e dissonanze dove trovavano spazio artisti professionisti  e dilettanti.

Riportando le parole di Massimiliano Gioni, curatore di questa 55° edizione, il Palazzo Enciclopedico “è una mostra che indaga il desiderio di conoscere tutto, inseguendo il punto in cui questo desiderio si trasforma in ossessione. Queste fughe dell’immaginazione mettono in scena la sfida costante di conciliare il sé con l’universo, il soggettivo con il collettivo, l’individuo con la cultura del suo tempo”.

Il Palazzo Encicplopedico

Il Palazzo Encicplopedico

La mostra partiva significativamente dal libro rosso di Jung e si sviluppava in maniera assoluta attraverso le tematiche tipiche della psicoanalisi sino a sondare non solo la mente ma il corpo tutto: che cosa c’è all’interno, nel profondo, diventa necessario per capire come muoversi all’esterno.

Yung, Libro Rosso

Yung, Libro Rosso

Così il corpo, la sua identità e i suoi limiti diventano emblematici attraverso un’operazione all’addome vista da una sonda endoscopica (Yuri  Ancarani); oppure attraverso un’analisi minuziosa della pelle sottoposta ad un tatuaggio, un’operazione all’occhio o una sessione di body building (Ali Kazma).

Yuri Ancarani, Leonardo Da Vinci

Yuri Ancarani, Leonardo Da Vinci

Ali Kazma, Tattoo

Ali Kazma, Tattoo

Interessante ed inquietante allo stesso tempo l’esposizione dei corpi di Pawel Althamer. Attraverso l’uso della plastica grigia la materia pareva avvolgere, come una pesante benda, esili figure. I volti sono stati modellati attraverso calchi di visi reali. E in tutta la loro realtà sono stati fissati per sempre.

statue

Pawel Althamer

Spostando lo stesso concetto dal corpo alla mente, Shu Yong ha espresso la difficoltà di comunicazione tra Oriente ed Occidente nel muro formato dai “Guge Bricks”. Ogni mattone rosa riportava una frase in cinese e la relativa traduzione in inglese data dal traduttore automatico di Google che spesso ne travisa il significato.  Una raccolta di 1.500 mattoni che può diventare infinita fino a segnare un solco quasi incolmabile tra territori, paesi ed individui diversi.

Shu Yong, Guge Bricks

Shu Yong, Guge Bricks

Wim Botha ha presentato nel Padiglione dedicato al Sud Africa una serie di busti ciascuno costituito da un tipo diverso di libro: Generic Self-Portarit as an Exile è costruito con una serie di dizionari.

Wim Botha, Self-portrait

Wim Botha, Self-portrait

Accanto alle opere monocomponenti, Wim Botha presenta “Study for the Epic Mundane” in cui riunisce differenti tipologie di libri. E a differenza dei busti, “Study” appare fisicamente incompleto, sempre più frammentato ad ogni nuova visione. Sequenze diventano schegge.

Wim Botha, Study for the Epic Mundane

Wim Botha, Study for the Epic Mundane

Il tema della mostra, che si poteva ritrovare in tutte le opere esposte, ha agevolato in ogni modo l’occasione per un confronto sull’arte contemporanea nelle sue molteplici forme. Forse questo è il motivo di un successo e di un interesse che va ben al di là dell’ambiente a cui questo mondo è strettamente connesso.

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